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Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
Alda Merini – 

 

Nata il 21 Marzo del 1931.  Oggi nella giornata della poesia, celebriamo ancora una volta una delle più grandi artiste italiane mai esistite. Alla follia, alla sua tempesta.
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Icona femminile o soltanto bambola?

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Barbie, Andy Warhol (1986)

Barbara Millicent Roberts in arte Barbie.
Nel 1986 Andy Warhol la ritrae nell’olimpo della sua Pop Art. “Barbie pelle di pesca” la versione scelta dall’artista provocatore. Chioma bionda, occhi celesti, lineamenti perfetti e una pelle dal colorito di pesca. La bambola più venduta al mondo, dal 1959 ad oggi, ha cambiato mille volte look e modo di essere, “incarnando”, si fa per dire, le aspettative e il  modello di milioni di bambine e di mamme pronte all’acquisto. Plastica e nylon per alcuni, icona popolare per la maggior parte, espressione di quella società dell’immagine, americana e non solo, raccontata magistralmente da Warhol. Fashion e body icon, la bambola per eccellenza è entrata presto nel neologismo linguistico della perfezione estetica:”voglio essere una Barbie”. Anche il genio della Pop Art decide di raffigurarla, insieme a lei Marilyn Monroe, Liz Taylor, Mick Jagger. Miti di cui poco si sapeva davvero. Spesso amati  quasi a prescindere dalle abilità e capacità artistiche dimostrate, nella vuotezza della loro pura rappresentazione estetica.
Nel corso degli ultimi decenni, editoriali, saggi, post e proteste hanno invaso un’immaginario collettivo ormai avviato. La fashion doll doveva adeguarsi ai tempi ancor di più di quanto non lo avesse già fatto. Da qui “Barbie curvy”, “Barbie in sedia a rotelle”, “Barbie Frida Kahlo”, “Barbie calciatrice”. La necessità di educare fin da piccoli alla pluralità di modi di essere ha rispecchiato, e continua ancora, l’esigenza di sradicare la cultura sessista partendo dalla quotidianità dell’agire.«Il gioco è una cosa seria» diceva l’artista Munari.

Donne

 

 

         Alcune delle Superdonne realizzate dall’artista misterioso “Le#” sui muri delle finestre
cieche di Firenze, in occasione della festa della donna. Sophia Loren, Frida Kahlo, Rita Levi Montalcini, Nefertiti, la principessa Leila, la Madonna, Margherita Hack.
La diversità dei nomi e delle personalità si incontra con i caratteri comuni di forza, tenacia e determinazione. Auguri alle bambine perché imparino a pensare in grande. Auguri alle donne affinché non permettano a nessuno di farle smettere.

 

 

 

“Alcuni piccoli colpi di pugnale”

 

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Frida Kahlo, 1935

Michele Castaldo uccide la sua compagna Olga Matei. Un mese di relazione, lui la strangola a mani nude per un messaggio trovato sul cellulare di lei. Succede nel 2016. Cinque giorni fa la Corte d’Assise di Bologna dimezza la pena a Castaldo. Da 30 anni a 16. Il  motivo: “tempesta emotiva e passionale”. La conseguenza  di quella “tempesta” è la gelosia. Il messaggio di un uomo sul telefono della propria donna non è accettabile e va punito. Per proprietà transitiva dunque la gelosia assume un carattere inedito per la magistratura. Per chi finora l’avesse considerata orribile causa scatenante di furia omicida ora dovrà fare i conti con l’assurda identità di attenuante. Il senso di possesso che tocca il suo apice e arriva all’orrore adesso è giustificazione di una responsabilità dimezzata. D’altronde anche il volantino dell’ 8 marzo diffuso dai giovani leghisti crotonesi pochi giorni fa recita: “offende la dignità della donna chi ne rivendica una sempre più marcata e assoluta autodeterminazione che suscita un atteggiamento rancoroso e di lotta nei confronti dell’uomo”. A quanto pare dunque l’autodeterminazione di chi vorrebbe non essere strangolata per un sms, suscita (con motivazioni evidentemente inspiegabili aggiungerei) atteggiamenti rancorosi nei confronti di chi la strangola. A quanto pare è l’autodeterminazione che suscita il rancore, non le mani strette attorno al collo per uccidere. «Elementare Watson».
Era il 1981 quando si abrogavano le disposizioni per il delitto d’onore. Era il 1935 quando Frida Kahlo dipinse il suo quadro, la scritta recita “alcuni piccoli colpi di pugnale”. Su un giornale locale lesse la storia di un omicidio, un uomo aveva messo fine alla vita di sua moglie con decine di coltellate. Arrestato, l’assassino dichiara al giudice di aver dato solo “alcuni piccoli colpi di pugnale”. 84 anni sono passati da allora. I “piccoli colpi di pugnale” vengono inferti ancora senza alcuna sosta.

 

 

People, prima le persone

 

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Dopo un’assenza più prolungata del previsto Artemisia decide di tornare così, con due ragazze e due orecchini di perla. Oggi si raccontano le 200mila persone che ieri 2 marzo sono scese in piazza nella marcia contro il razzismo. Tra la folla uomini, donne, bambini, esseri umani. L’Italia anti razzista c’è e si fa sentire. «È un paese per tutti» hanno gridato. Beppe Grillo commenta: «Il razzismo è un falso problema» e continua«se fosse stata una manifestazione contro il mors tua vita mea sarei stato felice». Sì perchè sembra quasi confortante che il vero problema del Paese sia l’egoismo e non il razzismo. D’altronde si sta parlando di due sentimenti agli antipodi no? Lo sanno tutti. Tutti sanno quanto l’egoismo sia un sentimento lontano e persino opposto a quello razzista, no? È chiaro a tutti quanto il desiderio di eliminare “gli scomodi” per garantirsi un ipotetico quanto assurdo spazio di vita migliore non sia stato alla base dei più grandi orrori della storia. E ancora, possono tutti immaginare quanto il mors tua vita mea , il cui riconoscimento come vero problema del Paese avrebbe fatto tanto felice Grillo, sia lontano dalla tendenza ad emarginare e ghettizzare qualcuno. Un qualcuno che smette così di essere considerato essere umano più di quanto non lo abbiano fatto già nel suo paese d’origine e che si arrende inesorabilmente al suo nuovo ruolo affidatogli dai più: “la minaccia”. La vera minaccia è chi sminuisce, occulta, distorce la realtà quotidiana di un Paese che non sa più tanto bene cosa fare e cosa essere.
“Prima le persone”. Artemisia si unisce a questo grido di umanità.

«Ascolta come mi batte forte il tuo cuore»

Inizia così la rubrica dei versi. Wislawa Szymborska, poetessa che amo e che vi racconterò presto in modo più approfondito. Per ora leggete ed ascoltate questa poesia, il cuore batte “in ogni caso”.

 

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Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano. 
È accaduto non a te.
Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra. 
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.
Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.
In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.
Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo. 
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.
Wislawa Szymborska, “Ogni caso” 

Omaggio all’arte potente delle anime fragili, Tenco e Dalida

27 Gennaio 1967. Sanremo, Hotel Savoy, stanza 219. Luigi Tenco, viene trovato morto. Un foro di proiettile in testa, un ipotizzato suicidio che ancora oggi non convince. A ritrovare il suo corpo per primo l’amico Lucio Dalla e lei, Dalida, con la quale, soltanto qualche ora prima, Luigi aveva cantato al Salone delle feste del Casinò.

 

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Dalida e Luigi Tenco

 

Iolanda Cristina Gigliotti, in arte Dalida, amata cantante e attrice che da Il Cairo arriva giovane sui più grandi palcoscenici italiani e francesi. Elegante, nostalgica e malinconica in quello che canta e in quello che vive. Forse è per questo che si innamora di quel ragazzo indisciplinato e ribelle, attaccato così tanto all’arte e alla musica quanto schivo a regole e riflettori. Nessuno ha mai capito davvero cosa fosse quell’unione così forte e atipica, che tanti tacciarono di trovata pubblicitaria, che altri sognavano come amore impossibile. “Je suis malade” cantava drammaticamente Dalida nella cover del 1973, donna adulta e sfinita da se stessa piangeva il suo disagio interiore con lo strumento più potente che avesse a disposizione, l’arte.
Muore nella notte del 3 maggio del 1987 dopo aver ingerito una quantità massiccia di barbiturici. Trovata in quella stanza d’albergo a Parigi dove tempo prima era stata con Tenco. A vent’anni dal primo tentativo di suicidio e a dieci dal secondo scrisse un ultimo messaggio ritrovato sul suo comodino: Pardonnez-moi, la vie m’est insupportablePerdonatemi, la vita mi è insopportabile.
Storie di artisti che rimangono vive, un omaggio a Dalida, artista forte dall’anima fragile e a Luigi Tenco, poeta indimenticato.

Charlotte Salomon, l’artista uccisa dalla Shoah

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Charlotte Salomon

Occhi profondi e viso giovane, Charlotte Salomon amava dipingere ma era ebrea. L’arte nell’epoca del nazismo era un grosso nemico da combattere, troppa libertà di esprimere se stessi che non doveva e non poteva esistere.
La sua vita finisce tragicamente quando, insieme al marito e in dolce attesa, viene arrestata e portata nel campo di concentramento di Auschwitz. Charlotte muore in una camera a gas all’età di soli 26 anni.

 

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Foto originale di Charlotte Salomon (1917, Berlino – 1943, Auschwitz-Birkenau Camp)

Nella sua produzione più di mille dipinti in cui si intrecciano teatro, musica e pittura. La tecnica è quella del guazzo che consiste nell’utilizzo di un colore simile alla tempera e di composto di gomma arabica. Lo stile è vivace, come se la sua arte fosse completamente distaccata dalla realtà circostante. Ed è proprio attraverso l’arte che a Salomon riesce a superare le disgrazie che colpiscono la sua famiglia: tutte le donne di casa si suicidano per crisi depressive.
Nel 1942 crea l’opera Leben? Oder Theater? (Vita? O teatro?) , oggi conservata allo Joods Historisch Museum di Amsterdam.
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Leben? Oder Theater?– Charlotte Salomon (1942) – Joods Historisch Museum

Maria Monti, l’artista che inventò i cantautori (e che lanciò Gaber)

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Maria Monti e Giorgio Gaber. Dall’archivio Greguoli Venini foto scattata nello studio di via Boccaccio, a Milano, in occasione di uno spettacolo al Teatro Gerolamo. Era il 1962

Nel giorno in cui l’indimenticato Giorgio Gaber compie 80 anni raccontiamo Maria Monti, la prima cantautrice italiana della storia. Oltre a scrivere e cantare le proprie canzoni la Monti ha lanciato i più grandi cantautori ed artisti degli anni ’60 tra cui proprio Gaber. Ha collaborato con nomi storici del panorama musicale come Dalla e Rino Gaetano. Non solo. È  lei l’ideatrice dell’espressione “cantautore“, una parola evocatrice che fino a quel momento non era mai esistita e che presto diventerà il simbolo di un modo straordinario di fare musica . La Monti lo racconta così:
«Si doveva fare una locandina con Vincenzo Micocci (grande discografico) per uno spettacolo con me, Endrigo e Gianni Meccia, e lui voleva un termine che definisse il nostro modo di far musica. Dalla mia bocca uscì “cantautore”: che non mi piacque, ma piacque a lui. Così finì sulla locandina e di lì designò tutti quanti noi. Anche se non mi piace neppure ora …»

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Umberto Eco parlò di «nuova poesia milanese» riferendosi alle sue canzoni. In coppia con Gaber ha partecipato al Festival di Sanremo 1961 con la canzone Benzina e cerini (scritta da Enzo Jannacci); nello stesso anno propone con Gaber lo spettacolo Il Giorgio e la Maria in cui, oltre a presentare i loro brani, cantano qualche canzone popolare milanese come La balilla. Lo stesso anno pubblica il 45 giri con Un delitto perfetto d’amor scritta da Gaber e arrangiata e diretta da Ennio Morricone. Un live con Dalla-Venditti-De Gregori del ’74.
Anche il cinema la notò. Nel 1971 recita in Giù la testa di Sergio Leone, e nel 1976 in Novecento di Bernardo Bertolucci.
Queste solo alcune dei successi artistici di una donna che presto fece i conti con la censura. L’irriverenza dei suoi testi non era adatta all’idea del linguaggio che una donna degli anni ’60 dovesse avere. E forse anche la sua indole, così come quella dei grandi, non era molto avvezza alle luci della ribalta. «C’era ottusità, direi un vizio mentale, nei confronti delle donne. Ma le censure grosse le ebbi per i contenuti specie in Rai alla radio, dove mi rigavano i dischi (come a Jannacci) pur di non trasmetterli. Forse ho subito troppo anche qui ma mi interessava di più capire la mia anima: anche se farlo andava contro ogni convenienze di carriera. E forse solo negli Usa avrei potuto avere chances “da uomo”» dice la Monti in un’intervista di tre anni fa rilasciata ad Avvenire.
Classe ’35 Maria Monti oggi ha 84 anni.

 

Maria Monti e Giorgio Gaber nel programma di Rai Uno Questo e quello del 1964. I due si esibiscono ne La Balilla.
Un testo completamente in dialetto milanese. Lettori lombardi, mi aiutate a tradurre il testo?

Artemisia incontra Gio Pistone

 

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“Teatro Libero”, Gio Pistone. Installazione permanente a Cosenza, Bocs Art event

Linee e colori si incontrano per giocare, in un linguaggio espressivo vivace e accattivante. Sui muri di ogni città e galleria Giovanna Pistone, in arte Gio Pistone, disegna e crea, unendo l’estro potente del suo stile con i messaggi importanti che decide di comunicare. Artemisia ha incontrato una delle principali rappresentanti della Street Art italiana o, come ama chiamarla lei, del “muralismo”.
Gio Pistone, un nome che evoca azione e coraggio e che rispecchia la tua scelta artistica. A differenza dell’agente segreto i tuoi lavori e la tua identità non sono affatto sotto copertura anzi, l’esposizione c’è e si vede sui fortunati muri che dipingi. Come mai la scelta di questo nome?
Ciao Giada, molte persone prima di conoscermi pensano per via del mio nome a due cose: che io sia un uomo e che abbia preso il nome da un poliziotto americano infiltrato. Nessuna delle due è vera. Sono una donna ed il mio vero nome è Giovanna Pistone detta da sempre Gio. Non mi piace essere associata ad un poliziotto, senza nulla togliere alla categoria, ma non delinea la mia personalità.
Ho sempre pensato che questo equivoco sarebbe potuto accadere prima di iniziare a firmarmi così, poi mi sono detta: d’altronde è il mio nome! E Giovanna non mi ci ha mai chiamato nessuno quindi è rimasto Gio Pistone, senza accento.
La tua è arte di strada. Pitture che trasformano elementi di quotidianità cittadina in luoghi di forte condivisione umana: un deposito merci della stazione dei treni ad Ancona, la struttura di un centro per anziani a Livorno, una piazza nel quartiere di Ballarò a Palermo. A che punto è oggi la considerazione del mondo accademico nei confronti di questo modo di fare arte? 
Mi piace chiamarlo Muralismo, da non fraintendere con il Moralismo. Credo che questa parola descriva forse meglio di “street art” quello che è diventata ora questa pratica gettonatissima. Si tratta di pittura muraria a secco su intonaco vecchio la cui durata nel tempo è alquanto relativa. Molto diverso dalla pittura a fresco che dura secoli.
Grazie a quest’ultimo ed alla tecnica del graffio sono arrivati sino a noi opere intatte che ci hanno mostrano come l’uso creativo dei muri sia una costante nella storia dell’uomo fin dalle origini.
Talvolta capita ai restauratori di affreschi di trovare, sotto l’intonaco dipinto, una pittura murale più antica, coperta e poi ridipinta per aggiornare la parete a un nuovo gusto estetico, se non a una nuova visione del mondo.
In analogia con il lavoro dei restauratori, ho sempre amato vedere cosa c’era dietro, scarnificando il muro della Street Art, anche per comprendere al meglio tutta la potenza della scena contemporanea, vista spesso dagli storici dell’arte con leggerezza, vuoi per il suo carattere effimero, vuoi per il suo sconfinare talvolta nel vandalismo, come viene definito da molte persone.
La mia opinione è che l’odierna Street Art fonda le sue radici nei graffiti, ha attinto da essi e non ha superato i nodi culturali.
Sono ancora molti, infatti, a livello internazionale gli artisti ortodossi, i seguaci della bomboletta e dell’“aerosol culture” che spesso integrano al valore estetico delle loro opere la sfida alla legalità e al rischio.

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La Street Art, al contrario, è un campo sconfinato che include una varietà di espressioni, di dimensioni diverse, grandi o ridotti, e di strumenti: le bombolette spray e il pennello ma anche gli stickers, gli stencil, i dipinti murali, i poster e le installazioni; si fonde con la musica, la fotografia, il video e molto altro ancora.
Si colloca nei circuiti del mercato dell’arte e in parte, alterna illegalità (ancora diffusa) a commissioni pubbliche, anche museali. La ricerca della pratica espressiva del dipingere i muri s’inoltra nella notte dei tempi, quando la scrittura non era ancora stata inventata e le immagini raffigurate forse non avevano finalità estetiche, ma valenza magica e propiziatoria.
Street Art perché?
Ho cominciato ad attaccare i miei disegni in strada verso i 15 anni perché facevo parte della scena punk hardcore di Roma. Frequentavo i centri sociali che in quegli anni erano in fervente movimento e creatività.
C’erano da disegnare FZine, scambiare musica con supporto demo tape, dipingere muri e diffondere saperi, know- how, informatica alternativa con hackmeetings, insomma tutte perle di sapere che giravano solo in queste aree protette ed indirizzate che erano gli squat di tutta Europa.
Dalle fotocopie sono passata a dipingere nelle fabbriche abbandonate, mai per strada. In strada solo poster e locandine.
Da li il passaggio è stato veloce, il primo disegno su muro e poi il passaparola. Ed ora proprio il passaparola del web lo ha trasformato in professione. Da semplice disegnatrice e abitante delle strade delle città ora vengo chiamata street artist (dai pochi che mi conoscono), definizione che non mi rappresenta e che sento un po’ scomoda perché definisce un campo mentre io amo la pittura muraria come quella su tela come la scultura, l’acquarello e la china etc…
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Gio Pistone

Tra le tue ultime opere un meraviglioso murale della dea Diana in occasione del primo festival di Street Art di Livorno organizzata dalla Galleria Uovo alla Pop, composta tra l’altro da sole artiste donne. Diana è una dea forte e coraggiosa. Il padre Zeus quando le chiese che regalo divino farle, si sentì rispondere: “Arco e frecce, una tunica corta per essere libera di correre, ninfe che mi accompagnino, montagne e terre selvagge da percorrere”. Rispetto delle diversità e libertà di essere se stessi, soprattutto per le donne. L’arte può ancora avere il potere di far riflettere su temi importanti come questi?
Per me l’arte è sempre stato questo.
Tento di trasmettere pensiero, anche se in modo giocoso, ed è la cosa che mi interessa maggiormente dell’arte urbana ed in generale dell’arte mia. In questo caso la Dea Diana è un pretesto per parlare di donne in questo terribile momento storico, in cui il corpo della donna è abusato e ridicolizzato anche nel campo delle istituzioni.
E quindi Diana.
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“DIANA” – Gio Pistone. Livorno, per Galleria Uovo alla Pop

La dea Diana, nella sua manifestazione lunare, è stata oggetto di culto nella stregoneria della tradizione italiana ed europea.
Quella delle streghe era un’antica religione che vede le sue origini molto prima del cristianesimo; esso era un culto matriarcale e panteista, in cui Diano o Giano, affiancava la grande Madre quale simbolo del principio maschile.
La stregoneria rituale o culto di Diana rappresenta la forma femminile ed il corpo delle cosiddette streghe, e racchiudeva in se il concetto di contenere e conoscere tipico della femminilità non di cacciare via e di lotta al più forte tipico del potere maschile.
Il Muro e la Mostra che ho fatto a Livorno si legano per concetto alla figura della Dea e sviluppa alcuni temi fondamentali della vita, terreno delle streghe, sacerdotesse di Diana: la Morte, l’Amore, la Conoscenza, l’Amicizia, l’invidia, e tanti altri.
Sentimenti e stadi della vita umana poco trattati dalla scienza e dalla religione, che hanno sempre trovato risposte nei più diversi campi, uno dei quali: la Stregoneria.
Artista romana che lavora all’ interno degli Studi M.u.t.a. con ben altri 13 artisti. La tua ultima partecipazione è stata con le artiste di Uovo alla Pop. Quanto nell’arte contemporanea e nel mondo dell’arte di strada il ruolo delle donne (nella storia dell’arte spesso ostacolato) trova espressione paritaria rispetto al ruolo dell’uomo e quanto le stesse artiste oggi riescono a sostenersi a vicenda?
Direi che l’ambiente artistico del muralismo, fumetto, illustrazione è molto più vivibile di quello dell’arte contemporanea, che mi raccontano essere diverso ma non l’ho mai vissuto sulla mia pelle per poterne parlare.
C’è parità o almeno io non ho mai vissuto situazioni differenti
Poi l’esperienza con le Galleriste di Uovo alla Pop mi ha fatto pensare alle potenzialità delle donne che se solidali e riunite in comunità possono davvero tanto!
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Le artiste della Galleria Uovo alla Pop

Un’indicazione, consiglio o suggerimento a chi oggi vuole fare arte.
Credere in quello che fa, altrimenti non c’è gioco, ne divertimento tanto meno pensiero.
Chi fa arte ha bisogno di dire qualcosa, anche solo il fatto di esistere.
Costantemente bombardati da stimoli visivi di ogni tipo e forma, ti chiedo: cosa non è arte?
Questa domanda è difficile, forse potremmo parlare ore per arrivare ad una definizione che poi non convincerebbe, dunque ti dico solo ciò che ho sempre pensato a prescindere dalle definizioni: non esistono Arti minori e Arti maggiori, come spesso si sente dire mettendo a confronto arte contemporanea e illustrazione.
Esistono Artisti minori, questo si.
Come li riconosco? Non lo so.
Credo sia qualcosa che a prima vista, si senta.