Artemisia incontra Gio Pistone

 

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“Teatro Libero”, Gio Pistone. Installazione permanente a Cosenza, Bocs Art event

Linee e colori si incontrano per giocare, in un linguaggio espressivo vivace e accattivante. Sui muri di ogni città e galleria Giovanna Pistone, in arte Gio Pistone, disegna e crea, unendo l’estro potente del suo stile con i messaggi importanti che decide di comunicare. Artemisia ha incontrato una delle principali rappresentanti della Street Art italiana o, come ama chiamarla lei, del “muralismo”.
Gio Pistone, un nome che evoca azione e coraggio e che rispecchia la tua scelta artistica. A differenza dell’agente segreto i tuoi lavori e la tua identità non sono affatto sotto copertura anzi, l’esposizione c’è e si vede sui fortunati muri che dipingi. Come mai la scelta di questo nome?
Ciao Giada, molte persone prima di conoscermi pensano per via del mio nome a due cose: che io sia un uomo e che abbia preso il nome da un poliziotto americano infiltrato. Nessuna delle due è vera. Sono una donna ed il mio vero nome è Giovanna Pistone detta da sempre Gio. Non mi piace essere associata ad un poliziotto, senza nulla togliere alla categoria, ma non delinea la mia personalità.
Ho sempre pensato che questo equivoco sarebbe potuto accadere prima di iniziare a firmarmi così, poi mi sono detta: d’altronde è il mio nome! E Giovanna non mi ci ha mai chiamato nessuno quindi è rimasto Gio Pistone, senza accento.
La tua è arte di strada. Pitture che trasformano elementi di quotidianità cittadina in luoghi di forte condivisione umana: un deposito merci della stazione dei treni ad Ancona, la struttura di un centro per anziani a Livorno, una piazza nel quartiere di Ballarò a Palermo. A che punto è oggi la considerazione del mondo accademico nei confronti di questo modo di fare arte? 
Mi piace chiamarlo Muralismo, da non fraintendere con il Moralismo. Credo che questa parola descriva forse meglio di “street art” quello che è diventata ora questa pratica gettonatissima. Si tratta di pittura muraria a secco su intonaco vecchio la cui durata nel tempo è alquanto relativa. Molto diverso dalla pittura a fresco che dura secoli.
Grazie a quest’ultimo ed alla tecnica del graffio sono arrivati sino a noi opere intatte che ci hanno mostrano come l’uso creativo dei muri sia una costante nella storia dell’uomo fin dalle origini.
Talvolta capita ai restauratori di affreschi di trovare, sotto l’intonaco dipinto, una pittura murale più antica, coperta e poi ridipinta per aggiornare la parete a un nuovo gusto estetico, se non a una nuova visione del mondo.
In analogia con il lavoro dei restauratori, ho sempre amato vedere cosa c’era dietro, scarnificando il muro della Street Art, anche per comprendere al meglio tutta la potenza della scena contemporanea, vista spesso dagli storici dell’arte con leggerezza, vuoi per il suo carattere effimero, vuoi per il suo sconfinare talvolta nel vandalismo, come viene definito da molte persone.
La mia opinione è che l’odierna Street Art fonda le sue radici nei graffiti, ha attinto da essi e non ha superato i nodi culturali.
Sono ancora molti, infatti, a livello internazionale gli artisti ortodossi, i seguaci della bomboletta e dell’“aerosol culture” che spesso integrano al valore estetico delle loro opere la sfida alla legalità e al rischio.

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La Street Art, al contrario, è un campo sconfinato che include una varietà di espressioni, di dimensioni diverse, grandi o ridotti, e di strumenti: le bombolette spray e il pennello ma anche gli stickers, gli stencil, i dipinti murali, i poster e le installazioni; si fonde con la musica, la fotografia, il video e molto altro ancora.
Si colloca nei circuiti del mercato dell’arte e in parte, alterna illegalità (ancora diffusa) a commissioni pubbliche, anche museali. La ricerca della pratica espressiva del dipingere i muri s’inoltra nella notte dei tempi, quando la scrittura non era ancora stata inventata e le immagini raffigurate forse non avevano finalità estetiche, ma valenza magica e propiziatoria.
Street Art perché?
Ho cominciato ad attaccare i miei disegni in strada verso i 15 anni perché facevo parte della scena punk hardcore di Roma. Frequentavo i centri sociali che in quegli anni erano in fervente movimento e creatività.
C’erano da disegnare FZine, scambiare musica con supporto demo tape, dipingere muri e diffondere saperi, know- how, informatica alternativa con hackmeetings, insomma tutte perle di sapere che giravano solo in queste aree protette ed indirizzate che erano gli squat di tutta Europa.
Dalle fotocopie sono passata a dipingere nelle fabbriche abbandonate, mai per strada. In strada solo poster e locandine.
Da li il passaggio è stato veloce, il primo disegno su muro e poi il passaparola. Ed ora proprio il passaparola del web lo ha trasformato in professione. Da semplice disegnatrice e abitante delle strade delle città ora vengo chiamata street artist (dai pochi che mi conoscono), definizione che non mi rappresenta e che sento un po’ scomoda perché definisce un campo mentre io amo la pittura muraria come quella su tela come la scultura, l’acquarello e la china etc…
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Gio Pistone

Tra le tue ultime opere un meraviglioso murale della dea Diana in occasione del primo festival di Street Art di Livorno organizzata dalla Galleria Uovo alla Pop, composta tra l’altro da sole artiste donne. Diana è una dea forte e coraggiosa. Il padre Zeus quando le chiese che regalo divino farle, si sentì rispondere: “Arco e frecce, una tunica corta per essere libera di correre, ninfe che mi accompagnino, montagne e terre selvagge da percorrere”. Rispetto delle diversità e libertà di essere se stessi, soprattutto per le donne. L’arte può ancora avere il potere di far riflettere su temi importanti come questi?
Per me l’arte è sempre stato questo.
Tento di trasmettere pensiero, anche se in modo giocoso, ed è la cosa che mi interessa maggiormente dell’arte urbana ed in generale dell’arte mia. In questo caso la Dea Diana è un pretesto per parlare di donne in questo terribile momento storico, in cui il corpo della donna è abusato e ridicolizzato anche nel campo delle istituzioni.
E quindi Diana.
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“DIANA” – Gio Pistone. Livorno, per Galleria Uovo alla Pop

La dea Diana, nella sua manifestazione lunare, è stata oggetto di culto nella stregoneria della tradizione italiana ed europea.
Quella delle streghe era un’antica religione che vede le sue origini molto prima del cristianesimo; esso era un culto matriarcale e panteista, in cui Diano o Giano, affiancava la grande Madre quale simbolo del principio maschile.
La stregoneria rituale o culto di Diana rappresenta la forma femminile ed il corpo delle cosiddette streghe, e racchiudeva in se il concetto di contenere e conoscere tipico della femminilità non di cacciare via e di lotta al più forte tipico del potere maschile.
Il Muro e la Mostra che ho fatto a Livorno si legano per concetto alla figura della Dea e sviluppa alcuni temi fondamentali della vita, terreno delle streghe, sacerdotesse di Diana: la Morte, l’Amore, la Conoscenza, l’Amicizia, l’invidia, e tanti altri.
Sentimenti e stadi della vita umana poco trattati dalla scienza e dalla religione, che hanno sempre trovato risposte nei più diversi campi, uno dei quali: la Stregoneria.
Artista romana che lavora all’ interno degli Studi M.u.t.a. con ben altri 13 artisti. La tua ultima partecipazione è stata con le artiste di Uovo alla Pop. Quanto nell’arte contemporanea e nel mondo dell’arte di strada il ruolo delle donne (nella storia dell’arte spesso ostacolato) trova espressione paritaria rispetto al ruolo dell’uomo e quanto le stesse artiste oggi riescono a sostenersi a vicenda?
Direi che l’ambiente artistico del muralismo, fumetto, illustrazione è molto più vivibile di quello dell’arte contemporanea, che mi raccontano essere diverso ma non l’ho mai vissuto sulla mia pelle per poterne parlare.
C’è parità o almeno io non ho mai vissuto situazioni differenti
Poi l’esperienza con le Galleriste di Uovo alla Pop mi ha fatto pensare alle potenzialità delle donne che se solidali e riunite in comunità possono davvero tanto!
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Le artiste della Galleria Uovo alla Pop

Un’indicazione, consiglio o suggerimento a chi oggi vuole fare arte.
Credere in quello che fa, altrimenti non c’è gioco, ne divertimento tanto meno pensiero.
Chi fa arte ha bisogno di dire qualcosa, anche solo il fatto di esistere.
Costantemente bombardati da stimoli visivi di ogni tipo e forma, ti chiedo: cosa non è arte?
Questa domanda è difficile, forse potremmo parlare ore per arrivare ad una definizione che poi non convincerebbe, dunque ti dico solo ciò che ho sempre pensato a prescindere dalle definizioni: non esistono Arti minori e Arti maggiori, come spesso si sente dire mettendo a confronto arte contemporanea e illustrazione.
Esistono Artisti minori, questo si.
Come li riconosco? Non lo so.
Credo sia qualcosa che a prima vista, si senta.
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Le passanti …

Le forme d’arte si intrecciano e si amano vicendevolmente. A vent’anni dalla morte di Fabrizio De André ho scelto “Le Passanti” per celebrare un poeta che ha saputo cantare le donne in modi diversi e tutti rispettosamente profondi. La canzone/poesia è accompagnata dalle “passanti” impressioniste di Kirchner.
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“Donne per strada”- Enrst Ludwig Kirchner

Io dedico questa canzone
Ad ogni donna pensata come amore
In un attimo di libertà
A quella conosciuta appena
Non c’era tempo e valeva la pena
Di perderci un secolo in più.
A quella quasi da immaginare
Tanto di fretta l’hai vista passare
Dal balcone a un segreto più in là
E ti piace ricordarne il sorriso
Che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
In un vuoto di felicità
Alla compagna di viaggio
I suoi occhi il più bel paesaggio
Fan sembrare più corto il cammino
E magari sei l’unico a capirla
E la fai scendere senza seguirla
Senza averle sfiorato la mano
A quelle che sono già prese
E che vivendo delle ore deluse con un uomo ormai troppo cambiato
Ti hanno lasciato, inutile pazzia
Vedere il fondo della malinconia
Di un avvenire disperato
Immagini care per qualche istante
Sarete presto una folla distante
Scavalcate da un ricordo più vicino
Per poco che la felicità ritorni
È molto raro che ci si ricordi
Degli episodi del cammino
Ma se la vita smette di aiutarti
È più difficile dimenticarti
Di quelle felicità intraviste
Dei baci che non si è osato dare
Delle occasioni lasciate ad aspettare
Degli occhi mai più rivisti
Allora nei momenti di solitudine
Quando il rimpianto diventa abitudine
Una maniera di viversi insieme
Si piangono le labbra assenti
Di tutte le belle passanti
Che non siamo riusciti a trattenere

“Le Passanti”– Fabrizio De André (Genova, 18 febbraio 194 – Milano, 11 gennaio 1999)

Anno novo, vita nova …

Gioia: «Che giorno è oggi?»
Umberto: «Ferragosto no!»
Gioia: «E chi te l’ha detto, per me oggi è primo gennaio, per me l’anno comincia da oggi».

Artemisia vi augura un buon 2019 così, pieno di primi dell’anno in cui ricominciare. Con la stessa tenacia ed ironia di chi sa che l’oggi è questo,

e che il domani potrebbe rimanere uguale.

Da “Risate di Gioia” di Mario Monicelli, 1960. Anna Magnani e Totò nella scena finale del film.

Sanremo Giovani. “Nina è brava” solo all’ottavo posto: il prezzo di chi interroga le coscienze

La musica mi appassiona e mi coinvolge, mi interroga quando non la capisco, mi accoglie quando mi somiglia. I miei radar acustici hanno captato lei, Manuela Zero, in arte La ZERO. Si è esibita sul palco di Sanremo Giovani con “Nina è brava“, una storia raccontata con occhi sgranati e spalle dritte:
«Mi chiamo Nina e gioco in tribunale
con quello che passa il circondariale,
la mamma si veste ogni giorno uguale
e piange se chiedo com’è fatto il mare». (…)
Un testo che parla di un incontro: in carcere innocenza e colpevolezza si stringono la mano, a volte così forte da farsi molto male.
Al di là degli americanismi devastanti che hanno rovinato gran parte della produzione musicale italiana contemporanea, ogni tanto la musica torna ad essere arte, e cioè veicolo originale e poetico di realtà umane. Per far sì che questo accada ci vuole un testo, un bel testo. Poi ci vuole un cantante che lo sappia capire prima che interpretare. Si arriva al  massimo della goduria se quel cantante il testo lo sa anche scrivere e quindi pensare. Questo è quello che ha fatto La ZERO, presentatasi sul palco di Rai Uno lo scorso giovedì 21 dicembre, come concorrente della gara che avrebbe portato uno dei dodici giovani (la metà dei 24 totali in gara presentati nell’arco di due prime serate ) direttamente sul palco dei big sanremesi, il prossimo febbraio.
La ZERO non è solo cantante, è anche attrice di cinema e teatro, ballerina professionista, musicista. E si vede, aggiungerei.
Sul palco canta e recita “Nina”, camice bianco, gambe divaricate, monoespressione, la giovane artista si mette al servizio della sua storia, portando il peso fisico e intellettuale di chi racconta qualcosa che ha un senso. La musica è spezzata, a volte dai tratti duri come il ferro delle sbarre. Con un parlato incalzante, ricorda l’incedere dell’amara spensieratezza del Don Raffaè di De Andrè.
A tratti invece leggera e carillonesca, per cullare i sogni di bambina, quelli appena nati e già  intrappolati. Chissà se anche Faith e Divine, i figli uccisi tra le mura di Rebibbia lo scorso 18 settembre, dalla madre detenuta Alice Sebasti, sarebbero andati d’accordo con Nina, brava come loro. Brava come gli altri attuali 62 piccoli detenuti, reduci quotidiani dell’inefficiente sistema carcerario italiano.
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Frame del videoclip ufficiale di “Nina è brava”

Ma “Nina è brava” è una canzone e arriva ottava, su dodici posizioni. Per chi crede nella musica come strumento di lotta e verità questo è un buon motivo per incazzarsi. Per chi non accetta il binomio tra spettacolo e prodotto commerciale senza alcuna competenza, idem. D’altronde si sa, dal tentato suicido di Pino Pagato, il quarantenne disoccupato salvato dal Pippo nazionale nel ’95, alle proteste dei  lavoratori campani in bilico sulla balaustra della galleria nel 2014, Sanremo è sempre stata la kermesse specchio di un intero paese. Per quanto lo si creda un prodotto per anziani nostalgici della Cinquetti di turno, il festivàl (detto alla francese), ha ancora tutto il potenziale per fare opinione. E di solito, cari amici miei, dove c’è opinione dovrebbe esserci anche solleticamento di coscienze. Sarà per questo che “Nina è brava” ha guadagnato solo gli ultimi posti della classifica? …

 

 

(L’anno scorso stessa sorte per il racconto di Mirkoeilcane,Stiamo tutti bene … ascoltate.)

Il teatro in scene- Dal 1931 il Natale è a casa Cupiello

È la mattina dell’antivigilia di Natale.
Luca Cupiello e la moglie Concetta si svegliano. Il loro buongiorno è reso comicamente faticoso dalle bizze dell’uomo, che si lamenta per il freddo e per il pessimo caffè che lei gli ha preparato. Dopo l’ennesimo “Concè fa freddo fuori?”, la donna risponde così …

 “Natale in casa Cupiello”. Una straordinaria Giustina Maggio, in arte Pupella, nel personaggio di Concetta in una delle indimenticabili tragi-commedie di Eduardo De Filippo del 1931. Da quell’anno il Natale si passa a casa Cupiello.

«A due anni mi portarono in scena dentro uno scatolone legata proprio come una bambola perché non scivolassi fuori. E così il mio destino fu segnato. Da “Pupatella” attraverso la poupée francese, divenni per tutti “Pupella” nel teatro e nella vita».

Pupella Maggio (Poca luce in tanto spazio)

Artemisia incontra Martina Corgnati

“Dell’arte bisogna respirare anche l’aria”.

La storica dell’arte Martina Corgnati racconta il ruolo dell’espressione femminile nell’arte di ieri e di oggi

 

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Dottoressa Corgnati, il suo ultimo saggio “Impressioniste”, racconta di quattro giovani donne che, contro un intero sistema sociale, decidono di voler essere delle artiste professioniste. Ber Morisot, una di queste, scriveva: «Non credo sia mai esistito un uomo che abbia trattato una donna come un suo pari e questo è tutto ciò che avrei chiesto – io so di valere quanto loro». Com’era la vita delle donne impressioniste?
«Molto difficile. A quel tempo, e quindi nell’  ‘800, non si riteneva che l’arte fosse appannaggio di una donna. Al di là delle intenzioni di un uomo o di un soggetto singolo maschile era proprio una cultura universale quella che  riteneva che non ci fosse una donna all’altezza di un uomo a parità di formazione e possibilità. Ammesso che ci fosse una pari possibilità di formazione. Ber Morisot, considerata anche la sua intensità emotiva, credo abbia sofferto molto di questo aspetto e che abbia penato molto per trovare una propria collocazione sociale. Quella delle impressioniste è una generazione che ha dovuto scalare le montagne per affermare se stessa».
Come si comporta l’arte contemporanea? Sono stati fatti passi avanti rispetto alla considerazione dell’espressione artistica femminile?
«Ci sono stati cambiamenti radicali direi. Non che i problemi in generale siano risolti. La violenza di cui le donne sono vittima, non solo in paesi da una cultura “diversa” ma anche nel nostro stesso paese testimoniano che i problemi sono tutt’altro che risolti e forse sono da considerarsi inerenti alla complessità della posizione maschile oggi. Dal punto di vista del diritto e del riconoscimento sociale nell’arte la situazione è invece imparagonabile rispetto al passato. È profondamente sbagliato non notare e anche godere del cammino fatto. La formazione artistica, la cultura, l’accessibilità del mercato e delle cariche, del riconoscimento da parte del sistema di opinione è assolutamente uguale, sia per l’uomo che per la donna. Negli ultimi anni si sono visti dati di mercato molto confortanti rispetto all’interesse nei confronti di donne artiste. Genny Saville per esempio è una pittrice inglese che raggiunge top d’asta. La stessa italiana Carol Rama è un altro grande esempio. Ormai scomparsa da qualche anno, ha lottato molto da giovane, negli anni ’50 in particolare. Ma ad un certo punto, dopo gli anni ’90, si è vista riconoscere un successo mondiale, persino di più che se fosse stata un uomo. Questo probabilmente perché oggi c’è ancora l’abitudine di attribuire un plus alla presenza femminile, all’essere donna. Quando la parità sarà veramente assoluta anche questa reazione sarà consumata e non ci sarà più bisogno nemmeno di considerare l’interesse per la sua vita o per degli aspetti che sono tipicamente propri del femminile».
A questo proposito non crede che il continuo riferimento agli aspetti personali della vita di queste donne abbia sminuito il vero motivo per il quale sono artiste e quindi la loro capacità tecnica ed interpretativa?
«Giorgio Morandi ha passato la vita nel tratto di strada che andava dal suo studio alla casa, distanti 200 metri l’uno dall’altro, nel cuore del centro storico di Bologna. Una vita senza eventi in un certo senso, tutta dedicata alla pittura. Non mi risulta che siano esistite donne artiste che abbiano condotto una vita di questo genere, non mi viene in mente. La cronaca e il giornalismo, e devo dire anche noi storici dell’arte, tendiamo a condire di mondanità e di interesse l’aspetto biografico, sempre di più. La nuova generazione è un mondo sensibilissimo alle storie, quella precedente, la mia in questo caso, era più attenta al linguaggio. Oggi si tende a volere la favola, magari brutta e non con un lieto fine ma comunque una favola. È cambiata molto la sensibilità in questo, è cambiato il modo di fare le mostre, di appagare un pubblico meno attento e forse meno profondo rispetto ai valori del linguaggio. Mi chiede se sia un bene o un male? In primis è un dato culturale. Dal mio punto di vista poi posso dire che non è un bene in quanto  sintomo di una minore profondità nello sguardo rispetto al passato. Questo svilisce sia chi fa arte che chi la guarda».
Nell’arte come in molti altri aspetti del reale si riscontra una marcata difficoltà nel rapporto con il mondo femminile, anche negli ambiti più avanguardisti . Quanto l’arte è specchio delle dinamiche umane in generale?
«Non molto a mio parere. Il movimento impressionista ha accolto le sue artiste. Degas stesso invitò le donne impressioniste a partecipare alle mostre del movimento. Spostandoci poi nell’epoca surrealista ricordiamo una grande polemica del mondo femminista sulla condanna o l’assoluzione di Breton, accusato di trattare le donne come un oggetto. Breton fu anche quello però che accolse le artiste nel movimento surrealista sin dai primi momenti. Quelle che ne hanno fatto parte, Meret Oppenheim in primis, si lamentarono: «eravamo sempre zitte quando c’erano le riunioni al caffè». Ma è anche vero che loro avevano poco più di 18 anni e quegli altri ne avevano una quarantina. È complicato quando sei con gli uomini più intelligenti della tua epoca, hai 18 anni e sei seduta al bar, avere delle cose da dire. Ma questo non è un problema uomo-donna. Il movimento surrealista ha avuto tantissime donne, forse più di ogni altro movimento. E ancora Duchamp, che non ha mai fatto distinzione tra arte maschile e femminile nel senso discriminatorio della differenza. Dunque, arte specchio delle dinamiche umane sì ma non sempre».
Moltissime le sue attività nel mondo dell’arte. Tra queste anche quello di docente che la vede attualmente titolare della cattedra di Beni culturali presso l‘Accademia di Brera a Milano. Cosa vuol dire insegnare l’arte?
«Dare presenza e sguardo. Quello che devo trasferire, nel mio caso, è il punto di vista storico. Cerco di farlo dando più particolari possibili per riuscire a soddisfare una sete di curiosità che nei giovani allievi riscontro molto. Soprattutto nelle zone d’Italia dove l’arte non è così accessibile, penso ai miei cinque anni in Sicilia. La difficoltà di avere accesso a mostre ed esposizioni stimola nei ragazzi una sete di sapere ancora maggiore».
Bagaglio storico/culturale da una parte, istinto artistico dall’altra. Cosa serve di più a chi vuole diventare artista?
«Credo che oggi la consapevolezza di sé e di quello che si ha intorno serva più che del percorso storico di una determinata corrente o movimento. L’arte sta cambiando molto rapidamente così come il mondo e le due sfide vanno avanti insieme. Pensare che l’espressione artistica sia un elemento estetico decorativo puramente di godimento è, alla luce di oggi, troppo ingenuo. O almeno non è più così. Per questi motivi forse la storia non basta».
Un ritratto personale: la Storia dell’arte perché?
«Ero brava in tutto quello che riguardava la filologia e le lettere. Mio padre era un uomo di grande frequentazioni e di grandi aperture, aveva un sacco di cose di cui parlare e da far vedere a me e ai suoi amici. Un uomo attentissimo all’arte, con un gusto davvero spiccato. Ricordo le visite al museo insieme a lui quando avevo appena sei o sette anni. I giochi che mi divertivano avevano a che fare con i quadri. Questo è stato il mio bagaglio. Credo che l’atmosfera che si respira in casa e fuori  casa sia fondamentale. Per poter parlare ad altri di alcune cose bisogna “stare nelle cose”. Necessaria è la frequentazione di luoghi che siano il più possibile stimolanti e che riescano, anche solo respirandone l’aria, a influenzarti personalmente e culturalmente».

Gallery

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Acrilico, pastelli, collage e ritagli. Questi gli strumenti dell’artista nigeriana Njideka Akunyili Crosby. Nata nel 1983 a Enugu, in Nigeriasi trasferisce a 16 anni negli Stati Uniti, a Los Angeles, dove attualmente vive. Nella sua identità culturale si fondono il forte legame con il suo Paese natale e quello con la sua patria adottiva. Al primo sguardo le scene appaiono racconti di ordinaria quotidianità. Osservate più attentamente contengono in realtà nuovi significati:

una seconda ondata di immagini infatti travolge la scena principale, foto-collage, distinguibili solo da molto vicino, propongono personaggi della scena pop nigeriana e della politica americana. Stratificazioni di più significati per raccontare la realtà delle ex-colonie e della cultura africana che, spesso generalizzata, rischia etichette e pregiudizi.

 

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Super Blu Omo, Njideka Akunyili Crosby (2016)